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Viviamo immersi in un sistema che ha trasformato l’allenamento in produzione industriale del corpo.
Ci si siede su una macchina, si muove un braccio o una gamba per dieci ripetizioni, poi si cambia postazione come in catena di montaggViviamo immersi in un sistema che ha trasformato l’allenamento in produzione industriale del corpo.
Ci si siede su una macchina, si muove un braccio o una gamba per dieci ripetizioni, poi si cambia postazione come in catena di montaggio.
Non è più movimento, è routine programmata. Non è più corpo, è meccanismo.

Questo modello riduce l’essere umano a un insieme di pezzi di ricambio: il bicipite oggi, il tricipite domani, il gluteo venerdì.
Si allena il muscolo, ma si dimentica la persona.
Niente gioco, niente esplorazione, niente intelligenza del movimento. Solo carichi, isolamento, estetica da vetrina e la promessa vuota di un corpo “perfetto”.

È un sistema che celebra la forma e nega la funzione, che confonde il benessere con la performance e la salute con la misura dello specchio.
Ma il corpo umano non è un robot: è un ecosistema complesso, fatto di connessioni, di coordinazione, di sensibilità. Funziona al meglio quando le sue parti dialogano, non quando vengono separate.

Allenarsi solo per apparire significa suonare una sola nota e chiamarla musica.
Significa ridurre l’arte del movimento a un gesto ripetuto, tecnicamente corretto ma profondamente vuoto.

Un vero allenamento dovrebbe restituirci alla nostra natura: farci muovere meglio, sentire di più, vivere il corpo come spazio di esperienza, non come macchina da correggere.
Dovrebbe insegnarci forza, equilibrio, ritmo, elasticità, consapevolezza.
In sintesi: dovrebbe renderci più umani, non più meccanici.

La prossima volta che ti trovi davanti a un macchinario che sembra uscito da un film di fantascienza, chiediti:
👉 “Sto partecipando a un sistema che produce robot… o sto imparando di nuovo a essere umano?”nto, è routine programmata. Non è più corpo, è meccanismo.

Questo modello riduce l’essere umano a un insieme di pezzi di ricambio: il bicipite oggi, il tricipite domani, il gluteo venerdì.
Si allena il muscolo, ma si dimentica la persona.
Niente gioco, niente esplorazione, niente intelligenza del movimento. Solo carichi, isolamento, estetica da vetrina e la promessa vuota di un corpo “perfetto”.

È un sistema che celebra la forma e nega la funzione, che confonde il benessere con la performance e la salute con la misura dello specchio.
Ma il corpo umano non è un robot: è un ecosistema complesso, fatto di connessioni, di coordinazione, di sensibilità. Funziona al meglio quando le sue parti dialogano, non quando vengono separate.

Allenarsi solo per apparire significa suonare una sola nota e chiamarla musica.
Significa ridurre l’arte del movimento a un gesto ripetuto, tecnicamente corretto ma profondamente vuoto.

Un vero allenamento dovrebbe restituirci alla nostra natura: farci muovere meglio, sentire di più, vivere il corpo come spazio di esperienza, non come macchina da correggere.
Dovrebbe insegnarci forza, equilibrio, ritmo, elasticità, consapevolezza.
In sintesi: dovrebbe renderci più umani, non più meccanici.

La prossima volta che ti trovi davanti a un macchinario che sembra uscito da un film di fantascienza, chiediti:
👉 “Sto partecipando a un sistema che produce robot… o sto imparando di nuovo a essere umano?” 

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